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Fuori_dal_tempo

Mi piace pensare a un mondo in cui il significante ha la stessa rilevanza del significato, forse perché mi occupo di musica, un’arte che esalta la forma fino ad illuderci dell’esistenza di un contenuto.

Scrivere musica significa giocare con forme sfuggenti cercando di imprigionare la memoria e le sensazioni in un determinato arco di tempo.

Il tempo è uno dei parametri più importanti della musica ma, mentre i musicologi si arrovellano, con scarsa originalità, abitudine accademica e autorità senescente, nel ricercare i falsi misteri nascosti dietro le sequenze melodiche e armoniche, i compositori concentrano la maggior parte della loro attenzione nell’accumulo e nella liberazione di energia musicale in una determinata durata.

La musica, tuttavia, vive di un tempo che ha poco a che fare con i parametri numerici che appaiono nelle partiture. Il mistero del tempo è stato affrontato con una sublime capacità narrativa nell’opera “Alla ricerca del tempo perduto”, uno dei lavori più importanti di Marcel Proust. Probabilmente non è un caso che il filosofo Henri-Louis Bergson fosse parente di Proust. Lo scrittore, infatti, interessandosi alle concezioni filosofiche di Bergson, si servì della letteratura per indagare il flusso della coscienza. Viceversa è nota la cura dello stile negli scritti di Bergson, tanto che al filosofo fu conferito il premio Nobel per la letteratura.

Bergson, nel suo libro intitolato “L’evoluzione creatrice”, si propone di andare alla ricerca dei dati immediati della coscienza, liberandoli dalle impurità culturali che si sono stratificate nel tempo, per poterli così cogliere nella loro immediatezza. La grande scoperta che fa Bergson in quest’opera è l’eterogeneità qualitativa dei dati di coscienza rispetto alla realtà esteriore e, nella prima parte del suo ragionamento, sembra riformulare la contrapposizione cartesiana tra mondo esteriore e mondo interiore: se il mondo esteriore viene interpretato attraverso lo spazio, quello interiore ha come sua dimensione il tempo.

Per usare parole che potrebbe comprendere la nonna di Einstein, è sufficiente evidenziare la nostra abitudine di “spazializzare il tempo”, l’errore storicizzato di sovrapporre il concetto di tempo a quello di spazio, come nell’artificio dei fotogrammi della pellicola cinematografica, piccoli istanti immobili che se posti in rapida successione ci danno l’illusione del movimento.

Ma la realtà non è illusione.

La seguente citazione è doverosa perché talvolta i grandi pensatori utilizzano le parole in modo che il concetto sia suscettibile di evoluzione, ma mai di miglioramento: «invece di accostarci all’intimo divenire delle cose, ce ne poniamo all’esterno per poi ricomporre il loro divenire in maniera artificiosa. Fissiamo la realtà che scorre in istantanee, e siccome queste ultime sono caratteristiche della realtà, ci basta infilarle in un divenire astratto, uniforme, invisibile, situato al fondo dell’apparato della coscienza, per riprodurre ciò che vi è caratteristico in quel divenire. Percezione, intellezione, linguaggio procedono in generale così. Che si tratti di pensare il divenir, o di esprimerlo, o anche di percepirlo, noi non facciamo mai altro che azionare una specie di cinematografo interiore. Si potrebbe dunque riassumere tutto ciò che è stato fin qui osservato dicendo che il meccanismo della nostra conoscenza abituale è di natura cinematografica…».

Bergson contrappone il “tempo spazializzato” a quella che lui definisce “durata reale” che corrisponde al tempo che scorre nella nostra coscienza, il tempo soggettivo autentico.

Una sensazione che tutti conosciamo molto bene ma che Bergson ha studiato per primo, analizzando i processi dell’interiore, distaccandosi dal linguaggio rigoroso della scienza e dalla tradizione cartesiana che cercava di estendere il metodo scientifico ad ogni aspetto della vita.

Bergson utilizza anche altre metafore che descrivono con grande potenza il rapporto tra presente, passato e futuro nel mondo interiore e nel mondo esteriore. Le immagini a cui ricorre sono quelle della valanga e del gomitolo: il gomitolo cresce arrotolando il filo di lana su se stesso e, man mano che cresce, c’è sempre nuovo filo che si arrotola, senza che sparisca quello già presente che anzi resta nascosto, racchiuso dal filo che si aggiunge. Il gomitolo nella sua interezza non potrebbe esistere senza il filo racchiuso in precedenza. In modo analogo, la valanga nasce nel momento in cui si stacca della neve e comincia a rotolare accumulando sempre più neve, senza che quella presente in origine venga persa. La memoria, la coscienza e il tempo autentico, quello della “durata reale”, assomigliano al gomitolo e alla valanga, perché nel tempo reale gli elementi del passato non spariscono mai, protetti e nascosti dal ricordo e dal presente.

L’arte serve a svelare queste realtà che sono al di là del sapere scientifico. Bloch parlerebbe di utopia in atto: non un astratto che inseguiamo senza poterlo raggiungere, ma una dimensione possibile e realizzabile. La musica ci dà la misura di questa dimensione riducibile all’essere umano. La musica è un’utopia a misura d’uomo, è materia dell’identità umana, non è calata dall’alto sugli uomini da un Dio o dalla natura. Gli uomini se la sono data attraverso la creazione di strumenti per produrre o catturare suoni. Il soggetto umano riconosce la propria limitatezza e per compensarla crea la musica, non come dimensione astratta, ma come dimensione umana, per rovesciare il proprio destino limitato e privo di speranza. La musica non è una spiritualità donata, ma una dimensione creata dall’uomo per salvare se stesso.