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Nel 1936, il filosofo tedesco Walter Benjamin pubblico un saggio intitolato L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit) nel quale descrive come le nuove tecniche, per produrre, riprodurre e diffondere a livello di massa le opere d’arte, abbiano radicalmente cambiato l’atteggiamento del pubblico e degli artisti nei confronti dell’arte.

Le tecnologie che consentono la riproducibilità di immagini e musica invaliderebbero la concezione storica di ‘autenticità’ dell’opera d’arte. Si perde la distinzione tra fruizione dell’originale e fruizione di una copia.

Per capire quanto il significato tradizionale di autenticità fosse importante, basta pensare alla rilevanza che veniva data alle tele originali rispetto alle riproduzioni, autorizzate o no, ad opera di altri artisti.

Le fotografie invece possono essere riprodotte ed esposte contemporaneamente in diverse parti del mondo, garantendo a tutti i fruitori la stessa esperienza di ricezione, senza creare privilegi. Benjamin chiama questo fenomeno “perdita dell’aura” dell’opera d’arte, una sorta di estinzione del carattere mistico (non per forza religioso), che la presenza materiale dell’esemplare originale di un’opera d’arte suscitava nello spettatore.

Lo stesso fenomeno ha influito sul concertismo, con l’avvento del fonografo e delle successive tecnologie di riproduzione della musica, inclusa la radio. In questo senso non stupisce che le maggiori avanguardie musicali siano nate proprio negli studi radiofonici.

La riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, di cui parlava Benjamin nel suo saggio, oggi sembra essere portata al limite estremo con l’avvento del digitale. Ogni opera digitale è, per sua definizione, un insieme di bit infinitamente replicabili in maniera perfettamente identica.

La perdita dell’aura è totale e parlare di sacralità di un’opera d’arte non ha più senso.

Il saggio di Benjamin è stato la base di molte ricerche e molte pubblicazioni di studiosi contemporanei. Mario Costa si spinge addirittura ad affermare che non è superata solo la perdita dell’aura ma la anche la filosofia di chi l’ha teorizzata:

«Oggi la questione non è più quella della riproducibilità, ma quella della producibilità; è quella della producibilità elettronica in tempo reale, è quella del tempo che annulla se stesso. Invece che riprodursi, il tempo si annulla, si autoannulla, si reitera, vive in atto come tempo reale e come tempo tecnologico. Di tempi tecnologici ce ne sono almeno di tre o quattro specie. Questa nozione della riproducibilità, è un poco come la nozione di protesi di McLuhan. Sono due nozioni che sono ancora credute estremamente moderne e capaci di spiegare quello che avviene; ma sono due nozioni che, a mio avviso, sono state accantonate ed oltrepassate dai tempi. La nozione di protesi è oltrepassata da questa nozione di complessiva asseità del neotecnologico, e la nozione di riproducibilità è oltrepassata da quella di producibilità in tempo reale, di tempo che si annulla. Non più la copia originale è poi riproducibile, ma la nozione stessa di riproducibilità con l’elettronica e con le reti non ha più senso».

Costa parla inoltre di “politica dello struzzo”, definendo in questo modo la reticenza al cambiamento del sistema dell’arte. I critici perpetuano il culto dell’estetica come se fosse un rito che permane anche dopo lo svelamento scientifico del significato del mito.

La strada del cambiamento è faticosa, talvolta richiede energie attive da parte degli uomini, altre volte è il progresso tecnologico che si impone e contamina i connotati sociali provocando turbamento nelle persone che devono ricostruire i propri equilibri.

«Il sistema dell’arte è disposto ad accogliere le nuove produzioni a patto che queste si uniformino alla sua logica arcaica e desueta » (Mario Costa).